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2011 settembre 10-21 Biennale di Brescia

THE GREEN GREEN GRASS OF HOME

Prendendo a prestito il titolo della famosa canzone, Susan Dutton (Californiana, con un background artistico che parte negli anni ‘’60 con studi ad Hamburg, Berkeley e New York –  vive ed opera in Italia), mette in moto una visionarietà da film insolito. L’opera pensata come duo pittorico (di cui fa parte l’opera “il funerale di Mr. Bojango”) è un omaggio all’apparente realismo degli “still life” che si ispirano a scene quotidiane in un forte rapporto tra realtà e finzione.

Bouquet immaginari che ricordano allo spettatore che i fiori veri, come ogni altra cosa al mondo, sono inevitabilmente destinati ad appassire e morire. Come la donna distesa nella bara d’erba, che simboleggia la transitorietà della vita e che racconta attraverso un gesto estremo, la fragilità dell’essere umano nel suo procedere verso la morte. Sotto il cielo enigmatico, nel giardino della sua casa, raccolto e parcellizzato in una sorta di culla verde, l’opera è un ammonimento per ricordare che la vita è fuggevole, si,  ma c’è sempre qualcosa che resta, intatto e per sempre.

Un invito alla visione, al sogno, al “sense of humor”, alla passione immortale.  Una ricerca, quella di Susan Dutton, attraverso lo spazio  (cielo astrale) e il corpo (simbolo di vita terrena) che evidenzia nel suo “momento mori”, una luce portatrice di speranza, nella  ciclicità della vita c’è la morte ma anche la rinascita.

Nulla di funereo, dunque, per sconfiggere la malinconia della perdita, l’essenza del disfacimento.

“The green gren grass of home” è molto di più di una emulazione dell’esistenza dilaniata.

Simboli, percezioni, rivelazioni, sembrano dare identità alla tela di Penelope, in un azzeramento del tempo che porta ad uno stato di grazia epidemico, ad un ayurvedico senso del vivere.

Quest’opera nella sua semplicità di esecuzione e nella sua complessità di pensiero, ci riporta al senso della vita di Frida Kalho, in cui il realismo troppo irreale della sua condizione di vita, lascia al mondo una traccia di inconsumabilità: l’arte stessa. Segno e simbolo del divenire.

Dores Sacquegna

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